lunedì 27 gennaio 2014

David Gemmell: costruire un libro sui personaggi

Voglio parlare di Gemmell, un autore che nessuno al momento sta degnando di attenzione. Un pò perché è morto (e quindi non scriverà più nulla), un pò perché è passato di moda e dei suoi libri non se ne trova nemmeno l'ombra in libreria.
E io ho il complesso delle cause perse, come Rhet Butler.
Si possono scrivere libri basati sulla storia, sull'intreccio preciso come un macchinario ad orologeria; il "sense of wonder" può essere tutto innestato sul lessico perfetto e cesellato, oppure su ambienti vividi e ricchi di dettagli. O ancora ci può essere una singola (o molte) idee dirompenti, attorno alle quali ruota tutta l' "inventio" narrativa.
Nel caso di David Gemmell invece il fulcro delle storie sono i personaggi.
Gli ambienti sono pochi: sono il bosco, luogo di incontri, il villaggio attaccato da banditi, la città (della quale però di solito vediamo solo le taverne e le locande), il monastero, la steppa desolata dove vivono e uccidono i Nadir, la Fortezza (con la "f" maiuscola, perché quest'ultima è un personaggio a parte).
Sono tutti luoghi "topici", di certo vivi, ma nemmeno troppo originali. Sono un pò come gli ambienti dell'Orlando Furioso, se sapete, come credo, di che cosa sto parlando.
Anche il testo (che purtroppo ho per il momento letto solo in italiano: perciò non mi sto rifacendo alla qualità lessicale ecc., ma al contenuto) è piuttosto "convenzionale".
Per esempio: se a un personaggio viene richiesto di dire qualcosa del suo passato, potete stare certi che egli "... guarderà fuori dalla finestra, sulla balconata dove un picchio si era appena posato...". Non ho nulla contro i picchi, naturalmente, quello su cui voglio attirare l'attenzione è il fatto che, come molte persone che leggono (tanto) e altri che scrivono (o imbrattano carte, se preferite), si spera con altrettanta lena (altrimenti c'è qualcosa che non funziona: un atleta non può sperare di vincere una gara se non si allena, stando in poltrona a vedere il Giro d'Italia), dicevo, come molte persone sanno, che per dare sostanza a un momento un pò più elevato, o per staccare le parti di un dialogo molto lungo, di solito si ricorre a questo sistema. Occhi che si lanciano verso l'orizzonte, nuvole che si rincorrono, il vento che soffia tra le fronde e amenità del genere.
Perciò non siamo propriamente nel campo dell'originalità e delle grandi, innovative nuove idee.
Anche i dialoghi sono diretti e non nel senso che chiamano "pane" al pane o che sono scritti semplici e concisi, come peraltro sono. In "The king beyond the gate" (che credo in italiano sia stato tradotto come "Le spade dei Drenai", la solita traduzione di qualità...) credo che al personaggio del prete/guerriero Decado sia stato chiesto almeno ottocento volte "cosa ne pensava di uccidere per il bene" e "se stavano facendo la cosa giusta", una domanda che di solito in altri libri si tiene per il momento clou, quando si deve poi spingere tutta l'azione narrativa verso una svolta (questa "tecnica" la vedete bene negli Shōnen manga). Se un personaggio deve sapere se un altro "gli vuole bene" non sta a pensarci su: glielo chiede. E l'altro risponde immediatamente, sì o no.
Questo intendo per "diretti". Che a volte diventa quasi "pulp" (ovvero "tirati via").
Di "tirato via" ci sono anche molti nodi della trama. Sempre in "The king beyond ecc" assistiamo all'entrata in scena di Pagano, il re che viene dal Sud, nel modo più "banale" possibile. Un incontro nella foresta, i banditi lo stanno già assalendo (e stanno già morendo); lo aiutano. Lui si unisce a loro. Fine.
Ma ora passiamo a parlare del motivo di questo post: come ho detto il testo scorre liscio, la trama scorre "liscia", ci sono banalità, non ci sono cose strane alla China Mieville, se volete non c'è neppure la "critica sociale" che sembra sia il metro di paragone per decidere se una produzione è "arte" o "palta" (discrimine che mi vede fortemente contrario, perché lo ritengo una stupidaggine assurda, ma tant'è). Quindi, perché leggerlo?
Perchè le vere cose potenti non sono nell'ambiente, non sono nell'inventio, sono tutte nei personaggi.
I dialoghi sono brevi, secchi, diretti, perché i personaggi sono brevi, secchi, diretti.
La storia che altri avrebbero scritto in cinquanta sette volumi (come un Brandon Sanders, per esempio, ma con questa frase non vogliatemene a male, non dico che Brandon sia un cattivo scrittore, è che è troppo prolisso!) Gemmell la scrive in un libro solo.
Le nuove copertine: in Great Britain Gemmell è ancora considerato il "king of heroic fantasy"; l'ascia e il fuoco vorranno dire proprio questo?

I personaggi compaiono in scena non al loro inizio, ingenui, da formare; non compaiono nemmeno nel loro momento di gloria. Sono degli sconfitti, dei superati, sono spesso vecchi o al limite della vecchiaia. Tutto il bello e lo splendido della vita se ne è già andato dietro di loro. Se c'era una donna, questa è morta. E un peso terribile grava sulle loro coscienze.
Nulla di tutto questo viene raccontato: lo sappiamo solo per frasi mozze, riassunti, brevissimi flash back. I personaggi di Gemmell si presentano, per così dire, come fantasmi del passato, come leggende, come qualcosa che non fa parte del presente (emblematico, nel senso che si rompe quasi il gioco di specchi della finzione narrativa, il caso di ""The Sword of night and day", in Italia "La leggenda dei Drenai", che è anche l'ultimo libro sui Drenai da lui scritto). Sono personaggi completamente bloccati nel passato?
In parte sì. Druss non può scollarsi di dosso di essere la "leggenda".
Tenaka Khan non riesce a scrollarsi di dosso di essere un generale, e di avere sangue Nadir.
Skilgannon riesce solo in parte a rinnegare il suo passato, ma questo avviene dopo la sua morte; di fatto è "condannato" a essere un eroe, e a continuare a vincere.
Ma in parte anche no. Perchè se c'è una cosa insormontabile che lega a terra le persone, che possiamo chiamare "morte" o piuttosto "destino", questi personaggi lo affronteranno fino alla fine. Contro ogni possibilità, calcolo statistico, speranza di qualsiasi tipo. Si ergono come giganti e la storia, l' "inventio", la trovata, l'idea, il motore dell'azione si svolge tutto intorno a loro, o meglio, è tutto poggiato sulle loro spalle.
A volte penso quasi che Gemmell dovesse essere un grande ammiratore di Shakespeare (ma non lo saprò mai, immagino); il destino tragico, la lotta contro sé stessi, le scene che sembrano "viste" su di un palco, prima che immaginate nella penna, i dialoghi simili a quelli di una tragedia (sia per ritmo, che per forma espositiva, nonché per contenuto), un passato colossale che si riassume in due battute, che quasi sembrano non pronunciate dal personaggio, ma messe in bocca a un qualche "coro" tragico, tutto questo mi fa pensare a Shakespeare, o all'Edipo Re.
Perciò sì, si può creare una storia basata interamente sulla forza dei personaggi. Non credo che si possa però dire "ma sarà incompleto, non sarebbe meglio se ci fossero i personaggi, l'ambientazione, il testo ecc"?
Nella mia limitata esperienza di persone che siano riuscite a mettere tutte le "stats" (gergo da giocatore di ruolo, scusate) al massimo, sono poche, mi viene in mente Dante (ma quanto è "stracciato" il pretesto della storia?!) o Tolstoj.
Ricordiamoci che il troppo storpia. Forse proprio la magrezza di tutto il resto fa risaltare ancora più splendidi e titanici questi personaggi.
Più probabilmente, al contrario, la grandiosità dei personaggi ha risucchiato tutto il resto. Tutte le energie sono state dirette dentro di loro. Sul palco del teatro, le scenografie di fondo, se le guardiamo bene, non sono forse finte? Devono richiamare l'ambiente, fare da cornice, non essere un vero ambiente. Perché l'attenzione dello spettatore sia tutta sui personaggi in scena.
E non, come spesso accade, sui volteggi simil Wuxia (wuxia fatta anche male, peraltro), crolli di montagne e draghi che corrono per trenta minuti sfondando pareti dietro a nani con il mascara sugli occhi (sì, è chiaro che lo Hobbit - la Desolazione di Smaug mi fa schifo).
Quindi se volete leggere qualcosa di fantasy da uno che, tra le altre cose, si intende molto bene di operazioni militari (come anche il povero Eddings, relegato ormai a "scrittore di storielle banalotte", come ho letto in giro), e volete leggere personaggi che arrivano vicino a McBeth, qualcosa di veramente epico, che, almeno a me, ha fatto venire i brividi e la pelle d'oca cercatevi Gemmell. Leggetevi come muore Pagano, e capirete che cos'è l'epica e il fantasy.
E dimenticatevi certi elfi o vampiri emo che vanno via di testa solo perché gli esce sangue dal naso.

mercoledì 15 gennaio 2014

Racconti in 200 parole

Publicizzo questa iniziativa di Paolo Secondini e della rivista PEGASUS:
Riporto paro paro il testo:

"Il prossimo febbraio (2014) ricorre il compleanno di PEGASUS. Per l’occasione, accogliendo l’idea di Sauro Nieddu, collaboratore del blog, invito tutti gli autori di Pegasus, italiani e stranieri, a inviare un racconto (fantascientifico o fantasy o horror o comunque fantastico) non più lungo di DUECENTO parole (sì, proprio 200) da pubblicare sul blog, verso la fine di febbraio. I racconti saranno postati tutti insieme o collettivamente, se si preferisce. Saranno gli autori stessi, con la loro votazione, a decretare il racconto vincitore (i voti, da 5 a 10, saranno espressi nel commento).
I racconti dovranno essere inviati a
paolosecondini@gmail.com
entro il 10 febbraio 2014 con la seguente dicitura: RACCONTO PER IL COMPLEANNO DI PEGASUS.
L'autore del racconto vincitore sarà premiato con 3 libri-sorpresa (di cui uno di fantascienza, uno di horror, uno di fantasy) messi in palio e spediti dal titolare del blog."


Che ne dite? Penso sia interessante cimentarsi in una "prova" o esercizio, come preferite, di questo tipo. Una volta un amico mi disse che secondo lui un racconto per avere corpo, senso e gusto doveva essere minimo di ottanta pagine. Voi che ne pensate? Riusciamo a farcene stare uno in 200 parole?

lunedì 2 dicembre 2013

Progetti. Il vuoto? Il futuro del fantasy.

Vorrei scrivere un'ambientazione (per un libro), diversa dal solito. Ascoltate queste mie vuote riflessioni.

AMBIENTAZIONE


Prendo spunto da Borges (e in questo, mi attiro la sua “ironia”; già lui aveva “profetizzato” di scrittori che “non sanno rinunciare a essere geni” che cadono nella trappola di scritti di altri “non finiti, o finiti male, insoddisfacenti” e credono di essersi “inventati la storia”, ovvero scrivono altri finali o racconti derivati di quelle originali), nella fattispecie, il racconto su “Tlon” (presente nella raccolta “Finzioni”, come proposta dalla Einaudi).

I caratteri principali:
  • non solo fisiologia (geomorfologia ecc) diverse, ma anche il pensiero... su Tlon sono idealisti (non vi è la possibilità di un nostro pensiero scientifico...) le cose esistono per concetti “ideali”, non viene avvertito il concetto di causa-effetto...
  • esempio: tre “scene” (torre di fumo, il campo che brucia, la cicca buttata) vengono viste appunto come tre scene separate, non si avverte la consecutio tra di loro
  • anche il linguaggio riflette questi aspetti: le frasi sono o cumuli di “aggettivi” e “aggettivi nominali” o di avverbi (“sono andato sulla luna” = “soffio-luce-pallido-veleggiante-cielo-movimentato-io-cosa-uomo”)
  • come si nota, non esiste un vero concetto del “tempo”: esiste un prima o un dopo, ma di fatto ogni azione (o meglio, “pensiero”) esiste contemporaneamente (in questo possiamo andare a darci una letta a Eliott e a Joyce) nel momento in cui è pensata/fatta
  • i ricordi del tempo passato non hanno un grande senso: anzi, possono essere inventati con molta disinvoltura
  • possono esistere addirittura “oggetti”1 che non esistevano e che nascono per convinzioni diffuse o ripetute. Ad esempio si può fare uno scavo archeologico dove non c'è nulla, ma dire a chi lo fa che “si pensa vi fossero antiche tombe” ed è probabile che effettivamente vengano trovati oggetti, come una maschera d'oro, un busto di pietra... che dipendono dalle aspettative di chi cerca, non da cosa c'è. In questo senso la storia può essere riscritta. Ovviamente questi “oggetti ideali” possono a loro volta ispirare altri “oggetti ideali” in una catena lunghissima...
  • questo, che non è altro se non “creare storie”, può prendere piede nella realtà e modificarla, tanto che alla fine del racconto Tlon è così reale che ha preso il posto della storia che conosciamo
Partendo da queste cose, ma per lo più per i concetti, il modo di pensare (cioè, il modo di capire come altre razze e altri mondi possono interpretare filosofia, comportamenti, realtà ecc), io mi pongo:
  • la dicotomia che deve esserci, anche per fini sia di trama, sia “moralistici” (non morale all'Esopo, ma nel senso di “senso della storia”) tra umani (estinti) e questo mondo
  • le creature fatate, sebbene guerreggino, amino, vivano e muoiano come gli umani, hanno però un concetto differente dell'universo: e qui non scadiamo nel patetico solito “buonismo del buon selvaggio” o “questi vivono rispettando la natura”, ma un confronto più radicale, tra il pensiero scientifico dell'uomo e il pensiero idealista delle creature non umane
  • come farlo è difficile, per due motivi: a) si rischia di diventare intellettualoidi, e bisogna invece tenersi dentro a canoni di letteratura d'evasione b) i motori delle azioni sono di solito: desiderio, vendetta, amore... se i fatati non la pensassero così, ma per esempio, si confrontassero su concetti inconcepibili, sarebbe un disastro
  • perciò il moti dell'animo saranno più o meno gli stessi, ma saranno i concetti di pensiero ad essere diversi (senza però scadere nel distopico/utopistico o semplicemente “il contrario di un uomo”)
  • facciamo qualche esempio: è accettabile la guerra come mezzo di espansione o di sfogo di dinamiche sociali interne, ma esistono concetti come l'onore della schiatta, la tradizione ecc, visto che non c'è un vero concetto del tempo? E le armi, la magia, insomma, ogni tipo di tecnica (anche artigianale) è concepibile ed esplicabile, senza il nostro metodo scientifico? L'idealismo porterebbe a un ristagno, a filosofi nudi che corrono nei boschi, o a un modo diverso di produrre il “necessario per vivere”?
  • I viventi devono vivere, infatti: se ai rapporti di causa-effetto, al metodo sperimentale, sostituiamo l'idealità, cosa otteniamo? a) un medioevo fantastico, cioè superstizioso e conforme a quello che noi ci immaginiamo fosse il medioevo? b) un'altra cosa?
  • Ho già parlato sopra dell'umanesimo, di come il “punto di vista” cambiasse la realtà (certo, la gente moriva di fame, il sole sorge e tramonta ogni giorno, ma non intendo questo tipo di “realtà”, ovviamente); nel “tramonto del medioevo”, quindi poco prima, c'era un'altra visione, che riassumiamo in “ludico-cavalleresca”. Questa visione informava di sé così fortemente l'uomo e la sua mente2 che quella era la realtà
  • perciò, rispondendomi da solo, se devo pensare a un mondo fantasy come quello che ho in mente, dove l'uomo è sostanzialmente estinto, la realtà dell'universo sarà geneticamente diversa dal nostro
  • il fantastico (e il fantasy) non sono dunque un tentativo di creare un mondo diverso (di farsi DIO), dove il punto di vista sopravanza totalmente la realtà? O meglio, dove la realtà ha così poca voce in capitolo da non riuscire a venire da dietro, toccarti la spalla e dirti “ehi, guarda che i cavalieri sono solo un ideale... nessuno salva le contadine in pericolo! E sono tutte dei cessi senza denti con la pellagra!”
  • (apro una parentesi: in questo senso le carrettate di realismo che a ondate cicliche si vanno inserendo nel fantasy [ciclico, perchè non è che Martin nasce dal nulla] è una specie di “ancora”: una colla che cerca di tenere vicino al “verosimile” questo punto di vista, perchè non vada troppo alla deriva... a non tutti piace, infatti, la “fantasticheria”. Anche se il concetto non è tanto da vedersi nella quantità di verosimiglianza [= vicinanza con esperienze/cose reali], ma quanto invece nella coerenza...)
  • Borges, illustrando Tlon, infatti, fa riferimento, almeno 800 volte, al concetto della “estrema coerenza di questo mondo, in tutte le sue parti”
  • Borges, poi, senza saperlo, in un certo senso prefigurava qualcosa che noi adesso possediamo: lui pensava a un'enciclopedia ideata da geni e sapienti di ogni scibile umano, nell'ombra, di generazione in generazione, che costruisse un mondo immaginario, ma vivo, il quale poi si sarebbe inserito come una sovrastruttura sul nostro mondo, fino forse, a soppiantarlo... vari “oggetti di Tlon” cominciavano a comparire sul serio (costruiti da amanti di Tlon? O generati dalla semplice possibilità che questo mondo potesse esistere?). Ma noi oggi abbiamo internet, o, per estensione, il “mondo virtuale”, che di fatto è: a) creato da noi b) vive ormai di vita propria c) crea a sua volta “oggetti ideali” nella nostra realtà, condizionandoci... e da questi condizionamento noi creiamo altri oggetti “virtuali” che poi finiscono in internet e da qui tornano fuori d) abbiamo creato cose come Hatsune Miku
  • quindi mi sta venendo in mente un'idea pericolosa: la gente del '400 si “inventava” l'ideale cavalleresco per poter vivere in un mondo “brutto”, noi ora non facciamo diversamente (anche se siamo molto più dispersivi e non crediamo più a teorie unificatrici... o meglio, a noi manca DIO, che era il collante da cui tutti derivava e in cui tutto si riassumeva [e lo rimaneva anche per un umanista]). Quello che ha disegnato, in maniera chiamiamola “ingenua”, Sword Art Online... è una prefigurazione del futuro? Del monto fittizio che prende definitivamente il sopravvento sulla realtà? Ma, come detto sopra, che cos'è la realtà, se non una finzione a sua volta?
  • (altra parentesi: quello che sta succedendo al concetto di “libro” è ben lungi da un banale passaggio a un nuovo media [mi riferisco agli e-book], è qualcosa di molto più profondo di cui nemmeno Steve Jobs ha capito profondamente il cambiamento. E il libro è stato per secoli [dal tempo dei monasteri, perchè prima era un Volumen, un rotolo, con caratteri e funzioni in parte diverse...] la base del pensiero occidentale. Non solo come “oggetto su cui si scrive e che si usa per tramandare il sapere”; ma anche come “concetto(filosofia, teoria delle idee, Freud e Jung)”. Il fatto che subisca un radicale cambiamento non è certamente privo di ripercussioni. Ma qui mi taccio...)
  • Però torniamo al libro (il mio, intendo): voglio creare una “filosofia” alternativa nei non-umani, che abbia come caratteristiche: a) sia riconoscibile come diversa b) non banale c) abbia qualche elemento deficitario: non sia cioè un'utopia d) l'eventuale componente data dalla mente umana possa essere un innesto “positivo”
  • di fatto, la sola componente che questo sia un mondo fantasy con arpie e centauri, è già di per sé una visione della realtà diversa... molto spesso il “giochetto” nei libri fantasy è il seguente: a) contadini, o nobili, quello che è... si ha nozione di un mondo “diverso”, ma di fatto i protagonisti non hanno mai visto un fauno b) non credono all'esistenza degli orchi, mettiamo, ma credono ai draghi (il che, filosoficamente, è assurdo: hanno draghi fiabeschi che girano sopra alle città ma poi si stupiscono della magia, dei lupi mannari ecc?) c) una grossa parte dell' inventio narrativa corrisponde alla scoperta del mondo fantasy assieme al lettore
  • ma se invece non solo non esistono umani (cioè, la “cosa” nella quale il lettore si identifica e che rappresenta il punto di vista “ovvio”, che consente o quasi obbliga al giochetto esplicato sopra), ma anzi le creature sono tutte “altre” e, ovviamente, tra di loro non hanno considerazioni come “la magia non esiste”, il “gigante non esiste”, ma invece “l'umano non esiste”, cosa succede?
  • (idea nemmeno originale, come si nota, perchè, di fatto, nel Signore degli Anelli e ancora di più ne Lo Hobbit, i protagonisti non sono umani, ma, Hobbit...e parte del fascino del libro è proprio in questo: non esiste la “sospensione” della credulità, perchè noi respiriamo insieme a quei personaggi quello che è il loro mondo, non siamo, in parte anacronisticamente [o meglio, in modo “ironico”, nell'accezione greca del termine], gente che pensa come nella Terra del 2000 che si deve confrontare con un mondo fantasy [la posizione, in fondo “facile”, di chi scrive avvicinandosi al lettore, uomo del 2000, a cui cerca di far “scoprire” il fantastico]. Non cito neppure, poi, le infinite letterature basate su Marte, vero e proprio “mondo gemello della Terra”, ma del tutto diverso, dove sono invariabilmente i terrestri a essere l'elemento minoritario ed estraneo)
  • come detto abbiamo già ottenuto un diverso modo di pensiero, che informa e cambia la realtà
  • se nel mio mondo esistono umani, questi sono visti come “barbari” proprio perchè, oltre a vivere “nelle caverne”, ragionano da uomini: si costruiscono gli attrezzi, cercano una causa alle cose (la “causa-effetto” di cui sopra, che non necessariamente sfocia in scienza, ma a livello base, in “magia” [vedi Frazer]), di fronte a un problema cercano una soluzione basata sull'esperienza e sulla prova-errore... i fatati invece hanno caratteri fisici che li portano a non porsi nemmeno certi problemi (le arpie volano, non sono ancorate a terra, un uomo-ragno si arrampica sul soffitto, oltre al fattore “psicologico” di avere otto zampe, che da umano non posso nemmeno immaginare), molti respirano magia come un pesce “respira” acqua (magia che non è quella dell'uomo, cioè dovuta alla ricerca di una causa, ma “magia del fare”, che se ne frega probabilmente anche delle leggi della conservazione della materia), non cercano la soluzione dei problemi nell'esperienza, perchè l'esperienza presuppone qualcosa di accaduto prima, ma per essi il “prima” diventa subito storia, mito, concetto. E' semmai una riserva di “visioni poetiche”, più che una “maestra dal passato” (d'altronde esseri che usano la volontà per creare... che cosa se ne fanno delle prove e degli errori?)
  • ciò non toglie che i fatati non conoscano dolore, angoscia, amore e morte
  • e che non abbiamo gli stessi sentimenti (desiderio, ira) degli uomini
  • mettiamola così: i fatati sono quello che sarebbe l'uomo se gli “ideali” avessero preso il sopravvento sulla realtà
  • ma non per questo sono cessate la guerra, la fame, le differenze sociali, la sofferenza... probabilmente i fatati non cercheranno tanto una “soluzione” in una causa primigenia (un peccato originale, un Dio generatore), ma quanto nel “adesso/ora” di una “consolazione” immediata. Di qui quello che noi uomini potremmo chiamare “a-moralità”, spietatezza o quel che si vuole: se il mio unico orizzonte è l'adesso, perchè non soddisfare i miei bisogni ora, e fine?
  • Di conseguenza immagino che i fatati siano molto più bellicosi, capricciosi e tutto quello che si vuole di noi umani
  • distruggono con la rapidità con cui costruiscono
  • sarebbe come trovarsi perennemente nel maelstrom delle invasioni barbariche: gente che corre di qua e di là facendo sempre guerra (e immagino che se tra di noi, che siamo tutti la stessa razza, il massacro è sempre stato facilissimo, non vedo come non potrebbe essere peggio tra razze diverse, tra sirene che abitano in mare e salamandre fatte di fuoco, tanto per fare un esempio...)
  • probabilmente gli umani erano l'unica cosa che regolamentava, in un certo senso, questo caos, proprio per il loro modo di pensare: ma decaduti questi... o forse i fatati conservano una specie di nostalgia per questo “ordine”, e i loro Regni e dinastie, per quel poco che durano, sono eco di quel mondo? Quindi, in un gioco di specchi, l'ideale (il mondo dei fatati) che ha soppiantato la realtà, a sua volta sogna un altro ideale (il mondo degli uomini)?
1 Perchè la realtà dipende dai “concetti”, o meglio, il modo di vedere degli abitanti è di questo tipo: facciamo un esempio... il concetto di prospettiva degli artisti dell'umanesimo e del rinascimento non era un semplice ritrovare misure e metro dell'uomo e della natura nella matematica, come che l'uomo si adeguasse a regole che erano proporzioni e numeri... è la natura e la realtà che sono imbrigliate, sagomate, “decifrate” [nel senso proprio del termine] secondo la visione dell'uomo.

2 E di fatto, che cos'è la realtà se non quello che vede e pensa l'uomo? Dopotutto siamo l'unica entità pensante presente: se ci fossero, mettiamo, solo conigli e sparvieri, gli uni mangerebbero carote, ma non penserebbero a capire da dove vengono le carote, e gli altri mangerebbero conigli, ma non si porrebbero il problema di dove sorge il vento che li sostiene... quindi non ci sono punti di vista, e forse, estremizzando, non esisterebbe nemmeno la realtà.

giovedì 14 novembre 2013

Scrivere e il suo contrario, ovvero non scrivere...

Salve a tutti. I tempi tra un post e l'altro diventano sempre più lunghi, ma so bene che qui non c'è nessuno ad aspettarmi, quindi non mi preoccupo troppo.
Come tornare a casa, aprire la porta e dire "sono tornato!", ma non c'è nessuno che risponde...

Ad ogni modo ho questo racconto fantasy tecnho pronto, lucido, splendente per voi.
Una scintillante storia che partecipò a un concorso e ovviamente (senza che venga neppure comunicato, ovviamente) non ha vinto (almeno credo, vedi il "tra parentesi" sopra).

Quindi io lo do in pasto a voi, o a qualsiasi cosa ci sia dall'altra parte del monitor!

Attenzione! Una storia di solitudine (per dieci righe), di prigionia, di tradimento! Di cui ecco la copertina:
E qui gli stratosferici link, per la produzione dei quali, e degli epub/mobi corrispondenti, ringrazio il sempre ottimo Giovanni Magno, che, nonostante i problemi e i tempi sempre peggiori, continua ad essere presente.
Ecco l'epub, e qui il mobi.

sabato 7 settembre 2013

Nuovi tentativi "realistici"

Salve, fantastici frequentatori di questo blog!
Oggi vi propongo un altro racconto "realistico"; sempre nel senso "non ci sono mostri, fatine ed elfetti"!
Il racconto, in maniera del tutto inquietante, si intitola "Stalker".
Vediamo qui di seguito la copertina:
E qui invece vi passo i links per la versione epub, cioè questo, e per la versione mobi, cioè quest'altro!
Mi raccomando, aspetto feedback!

domenica 25 agosto 2013

Un primo tentativo di racconto non fantasy...

In verità ci sono molti riferimenti al mondo dei videogiochi, dei MMORPG in particolare, nonchè dei cartoni animati (anime).
Qui di seguito (alcuni) riferimenti per una "guida alla lettura":

- che cos'è un MMORPG
- chi è Tomo Asama
- Madoka Magica

Bene! Sbrigati questi convenevoli istruttivi e propedeutici, vediamo la copertina!
E a questi link il racconto! Questo per la versione epub, questo per la versione mobi.
Mi raccomando... essendo un primo tentativo... ci tengo molto a sentire dei feedback!

p.s. come sempre ringrazio l'ottimo Giovanni Magno per la cura nella realizzazione delle copie digitali!

venerdì 9 agosto 2013

Finalmente!

Dekimashta!
Ho finalmente terminato la prima parte de "La Canzone di Hourì"!

Facciamo un pò di ordine e un pò di recupero dati; nel 2005 uscì il mio primo libro... "Tomotomopoppin"; il titolo avrebbe dovuto essere "I Fuochi di Hel", perchè Tomotomopoppin era il titolo della serie... quale serie? La serie che potremmo chiamare "del mondo dei sogni". Infatti a detta di Alice (Alice nel paese delle meraviglie, intendo) Tomotomopoppin vuol dire "mondo del sogno".
Dopo quel libro, che in seguito avrei definito come "prologo", uscì Hora's Oracle of Metallic Terror. Il primo vero volume.
Questo uscì in seconda edizione nel 2009.
In quella data io avevo già terminato il secondo libro, "Le luci di Efeso", ma una crisi letteraria mi condusse a mollare tutto.
Ero arrivato a un punto dove la trama era morte, la scrittura era devastazione, lo stile lago di acido.
Quindi, come sapete (se leggete questo blog, ovviamente), ricominciai dai racconti.
E il Tomotomopoppin parve morire... in realtà sia Sendo che Alice "resuscitarono" nei racconti, un bel pò diversi.
Anche l'ambientazione originaria morì e risorse diversa.
E quindi mi dissi: possibile far rivivere tutto?
O è solo illusione?
Non lo so.
So che ho appena finito questa prima parte, 208 pagine in formato A4, carattere 10. Che ci parlano del mondo di Babilonia, del mondo del sogno, di sacerdoti meccanici, di Sendo, di Abit e di Alice... spero di correggerlo in fretta e, soprattutto, di trovare un editore!
Sulla seconda speranza conto poco, comunque staremo a vedere!